Impresa e fraternità: dal Meeting di Rimini un nuovo binomio 


Un anno fa, proprio al Meeting di Rimini, avevamo posto le basi di una riflessione comune sull’“economia civile”. Oggi ci interroghiamo, insieme al sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze Lucia Albano al mondo accademico, su un tema cruciale: “Economia sociale e fraternità: un nuovo paradigma?”.

La parola “paradigma” evoca un cambiamento profondo di prospettiva. E forse è questo che ci viene chiesto. Perché – diciamolo chiaramente – non basta aggiornare gli strumenti di misurazione dell’impatto, non basta inseguire mode lessicali come gli ESG. Certo, sono stati utili per porre l’attenzione su temi ambientali, sociali e di governance. Ma, come imprenditori cristiani abbiamo compreso che senza una motivazione interiore, senza un’antropologia che orienti le scelte, ogni indicatore resta vuoto, ogni tabella di sostenibilità rischia di essere solo un esercizio di marketing.

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La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che l’economia è prima di tutto un’attività umana. E che, come ogni attività umana, trova la sua verità nella relazione. Non esiste impresa senza comunità, non esiste sviluppo senza fraternità.

Il Santo Padre Francesco, in Fratelli tutti, ha scritto che la fraternità non è un sentimento vago, è una decisione politica ed economica concreta. Essa ci obbliga a ripensare i legami tra capitale e lavoro, tra impresa e società, tra locale e globale. È proprio questo il cuore del nuovo paradigma: la fraternità come categoria economica, non solo morale.

La fraternità all’opera

E attenzione: la fraternità nell’impresa non è teoria. La vediamo all’opera:

  • nelle start-up che mettono insieme giovani ingegneri e artigiani senior, unendo innovazione digitale e tradizione manifatturiera;
  • nelle cooperative che non si limitano a offrire servizi, ma diventano luoghi di reinserimento per chi è stato escluso;
  • nelle imprese che scelgono filiere trasparenti ed eque, valorizzando il lavoro e non solo il costo;
  • nei manager che si ricordano che il primo capitale di un’azienda non sono i macchinari né gli algoritmi, ma le persone.

Da giovane imprenditore, lo vedo ogni giorno: il successo di un’impresa non dipende solo dall’innovazione tecnologica o dalla capacità organizzativa, ma dalla qualità delle relazioni che la sorreggono. Fiducia, corresponsabilità, partecipazione: sono queste le vere variabili decisive. Eppure, spesso restano invisibili agli occhi degli analisti, perché non entrano nei bilanci trimestrali.

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Allora il compito che abbiamo davanti è duplice: da un lato, testimoniare con la nostra vita di imprenditori che un’economia fraterna è possibile; dall’altro, costruire strumenti culturali e istituzionali che rendano visibile, misurabile e sostenibile questo approccio.

L’impresa come comunità

Qui, credo, la tradizione dell’“economia civile” italiana offre un contributo straordinario: essa nasce proprio dall’idea che l’impresa non sia un mero contratto tra interessi, ma una comunità di persone. Ed è questo che rende il nostro Paese laboratorio privilegiato per una nuova stagione.

Noi giovani non possiamo accontentarci di un’economia che “limita i danni”. Abbiamo bisogno di un’economia che accenda speranza. Troppo spesso ci sentiamo dire: “C’è poco da fare, basta ridurre le emissioni, basta non sfruttare troppo le persone, basta non speculare troppo sui mercati”. Ma se ci fermiamo al “basta non”, resteremo sempre a rincorrere emergenze. Noi, invece, vogliamo un’economia del “per”: un’economia per la vita, in tutte le sue fasi e dimensioni, per la dignità, dell’imprenditore e dei suoi collaboratori, per la comunità, da cui l’impresa riceve ed è chiamata a restituire.

Un nuovo paradigma

Questo è un “nuovo paradigma”: un’economia in cui la fraternità non è un’aggiunta, ma il principio generativo. E qui la Dottrina sociale ci aiuta, perché ci ricorda che la fraternità non nasce dal calcolo, ma dal riconoscimento dell’altro come dono, da una visione del mondo trascendente.

In un’epoca segnata da algoritmi e intelligenza artificiale, dove tutto sembra riducibile a dati, la fraternità appare come l’unico elemento irriducibile, non programmabile, non sostituibile. La fraternità è ciò che ci rende davvero liberi e creativi.

E allora lasciatemi lanciare una provocazione: forse la vera innovazione economica del nostro tempo non è una tecnologia, ma una virtù. La fraternità.

Benedetto Delle Site è presidente nazionale Movimento Giovani UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti)

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