La proposta del sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, per aprire un nuovo canale di flessibilità e lasciare il lavoro in anticipo. Il nodo coperture
Usare il Tfr per andare in pensione a 64 anni anziché a 67. È la proposta, lanciata con un’intervista al Corriere dal sottosegretario al Lavoro e vicesegretario della Lega, Claudio Durigon, per introdurre un nuovo canale di pensionamento anticipato. «Il tutto su base volontaria. Nessun obbligo, ma una libera scelta del lavoratore», non si stanca di ripetere lo stesso Durigon replicando al coro di no («giù le mani dalla liquidazione, sono soldi dei lavoratori») che si è alzato dai sindacati alle forze di opposizione.
Ma vediamo come funzionerebbe il nuovo meccanismo e chi riguarda.
Chi riguarda
Trattandosi dei versamenti per il Tfr, Trattamento di fine rapporto, bisogna distinguere tra quelli accantonati presso l’Inps (pari a circa una mensilità di stipendio per anno di lavoro) che riguarda i dipendenti privati di aziende con più di 50 addetti e i dipendenti pubblici da quelli accantonati dai dipendenti privati delle imprese con meno di 50 addetti, che non vanno all’Inps ma rimangono nelle stesse aziende e costituiscono una importante fonte di autofinanziamento alla quale gli imprenditori non sembrano per nulla disponibili a rinunciare.
I requisiti
Per utilizzare questo canale di uscita anticipata i lavoratori interessati, sia quelli che hanno contributi all’Inps dopo il 1996 e stanno nel sistema contributivo sia quelli che li hanno da prima del 1996 e stanno nel sistema misto (retributivo+contributivo), devono raggiungere un importo minimo di pensione pari a tre volte l’assegno sociale (1.616 euro al mese).
Se stanno già sopra questa soglia (ci vuole una retribuzione medio-alta) possono uscire a 64 anni senza mettere in gioco il loro Tfr, a patto che abbiano almeno 20 anni di contributi (oggi la legge lo consente solo a chi sta nel contributivo).
Se invece stanno sotto i 1.616 euro potrebbero usare il Tfr. In che modo? Chiedendo all’Inps di trasformarlo in una rendita mensile. Non più quindi la classica liquidazione, una somma una tantum da prendere quando si va in pensione, ma una sorta di pensione integrativa Inps da sommare a quella ordinaria. Se il risultato è superiore a tre volte l’assegno sociale, si può lasciare il lavoro a 64 anni, ma in questo caso bisogna avere almeno 25 anni di contributi.
Le differenze rispetto a oggi
Oggi la legge lo consente solo a chi sta nel contributivo, ma non attraverso l’uso del Tfr bensì della rendita maturata presso l’eventuale fondo di previdenza integrativa cui il lavoratore sia iscritto.
Le novità della proposta Durigon sarebbero quindi due: l’estensione della possibilità di uscire a 64 anni anche a chi ha cominciato a lavorare prima del 1996 e la possibilità di utilizzare non solo le somme maturate presso i fondi pensione ma anche il Tfr per raggiungere la soglia di 1.616 euro.
A chi conviene
Ultima cosa da dire e che è importante per valutare se conviene uscire prima o no, è che la pensione a 64 anni sarebbe calcolata integralmente col metodo contributivo, anche per chi attualmente sta nel sistema misto. Per incentivare la scelta del lavoratore, la proposta Durigon prevede che chi utilizzi il Tfr trasformandolo in rendita (il lavoratore non prenderebbe più la liquidazione quando va in pensione, ma un assegno più alto) goda della tassazione agevolata riservata ai fondi.
Ovviamente questi incentivi hanno un costo per le casse pubbliche, come anche l’incremento del numero di lavoratori che andrebbero in pensione a 64 anni. Tutti questi costi devono essere calcolati e da essi dipenderà se alla fine la proposta entrerà nella manovra di fine anno.
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